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Tre distinti problemi per l’Alcatel-Lucent di Rieti

di Marco Giordani

I problemi che investono il laboratorio Alcatel-Lucent di Rieti sono di tre diversi e distinti livelli, che però rischiano di confondere chi non c’è dentro. Cerchiamo allora di fare un po’ di ordine, anche nella speranza che l’afasia dei politici locali sul tema (nonostante il periodo pre-elettorale!) sia dovuta alla complessità della materia.

Il primo problema (in ordine cronologico) è quello della sede; il laboratorio è “prigioniero” in una struttura oggi di proprietà Ritel, la quale più volte nel corso dell’ultimo anno ha richiesto di lasciarla. Nel frattempo questa permanenza ha comportato, oltre a disagi ai lavoratori, incertezza nei servizi e rilevanti oneri per utenze (perché utenze industriali), fin qui pagate da Alcatel. Di questo problema sono a conoscenza tutti i soggetti che si sono spesi nella vicenda Ritel e poi Elemaster, anche se essi non hanno mai voluto far pubblicamente menzione della cosa, neppure quando il problema era sollevato dai lavoratori o quando essi parlavano proprio dello stabilimento in quanto tale.

Il secondo problema è quello di un programma intrapreso da Alcatel-Lucent a livello mondiale, di cosiddetta “razionalizzazione” tramite il compattamento delle sedi di R&D. Alcatel ha moltissime sedi in giro per il mondo, e molte sono davvero distanti solo decine di chilometri; non è questo il caso dell’Italia che nondimeno ha fatto la propria parte chiudendo la sede di Bari e quella di Genova. Non si è trattato in questo caso di “compattamento” data la distanza, ma le attività non sono state dismesse: fu deciso che quelle di Bari continuassero a Vimercate (con nuove assunzioni) e quelle di Genova in Cina.

Il terzo problema è quello esploso ad inizio anno e presentato da Alcatel-Lucent Italia al ministero il 24 gennaio, di una ristrutturazione strategica delle attività e del business a livello mondiale, riducendo la divisione Optics e privilegiando quella IP. Questa ristrutturazione investe pesantemente l’Europa ed in particolare l’Italia dove si trova il quartier generale Optics. In questa bufera, anche se non esplicitamente dichiarato, il piano di “razionalizzazione” delle sedi (secondo problema) perde di rilevanza e forse anche di senso.

Stupisce perciò leggere il contrario, in un peraltro preciso quadro offerto dal Sole24Ore, che riassume la situazione riportando le voci di Gianluca Baini, amministratore delegato di Alcatel-Lucent Baini, di un anonimo dirigente che parla di mercati e tecnologie di telecomunicazioni e del responsabile nazionale FIOM Fabrizio Potetti, un romano di origini belmontesi.

In particolare si legge che la soluzione al terzo problema (per il quale ovviamente l’a.d. smentisce la volontà di dismissione dall’Italia e parla solo di “efficienza”) sia iniziata con la “razionalizzazione” delle sedi, e cioè con il secondo problema. Nell’articolo è testualmente riportato “La prima razionalizzazione è stata quella in novembre sul sito di Bari con circa 30 persone trasferite a Experis Gruppo Manpower Subito dopo è arrivata la sede di Genova con 32 persone passate alla Softeco più altri 40 lavoratori a Rieti ancora da collocare.”

Stupisce ancor di più il riferimento a Rieti. Non tanto perché nello scenario di questo terzo e maggiore problema, il laboratorio Alcatel-Lucent di Rieti forse soffre, dal punto di vista delle attività e della loro strategicità e flessibilità, addirittura meno di quanto soffrano le altre sedi italiane (Vimercate in primis). Ma soprattutto perché è difficile immaginare che l’amministratore delegato annunci ad un giornalista ciò (“altri 40 lavoratori a Rieti ancora da collocare”) che non ha annunciato al Ministro. Tanto più che la stessa responsabile Risorse Umane di Alcatel-Lucent Italia, dopo la comunicazione della volontà di dismissione di Genova a fine novembre (quindi prima della esplosione del terzo problema) ribadiva ufficialmente ai lavoratori reatini che la dismissione del sito di Genova si poneva all’interno del piano di razionalizzazione a livello globale e che “ulteriori eventuali decisioni del Gruppo e della Divisione sullo sviluppo di tale piano a livello globale non potranno che essere oggetto di comunicazione specifica nel momento in cui vengano finalizzate”.

Inoltre il numero di 40 è riferito ai soli lavoratori Optics, quindi sembra non far pensare ad un problema di allocazione fisica in una diversa sede, la quale riguarda anche i 21 dipendenti Coreat. I quali dipendenti Coreat l’amministratore delegato, che vede tutta l’Italia e non solo la divisione Optics, non potrebbe considerare separati dai 40, se è vero che Alcatel-Lucent conta oggi come propri dipendenti anche quelli di partecipate in cui (come nel caso Coreat) Alcatel abbia la maggioranza. In questo caso non contare i dipendenti Coreat indicherebbe l’intenzione di cedere la maggioranza nel consorzio, che ricordiamo è costituito al 45% da ectoplasmi come Selex-Finmeccanica e Ritel. Verso che direzione andrebbe questa rimodulazione di Coreat? Voci sempre più insistenti parlano di una s.r.l.; questa è una soluzione avversata dalla quasi totalità dei lavoratori, anche perché oggi Coreat è saldamente e con profitto sul mercato ma “in quanto e per conto” Alcatel.

In questo quadro complessivo il problema della sede locale a Rieti (primo problema) è estremamente importante e l’ esistenza del terzo problema, che pur dovrà essere affrontato e risolto in sede nazionale, non lo sminuisce; né la soluzione da dargli deve essere un passo per forzare Rieti nel secondo problema.

E’ vitale che il laboratorio venga mantenuto nelle sue capacità, diversamente dalle disposizioni dell’azienda di trasferire in un capannone sotto Cupaello dei semplici terminali di telelavoro, spostando a Vimercate gli apparati e i computer di sviluppo, di integrazione, di test (per non parlare della sala integrazione sistemi ferroviari di Coreat, la camera climatica e quant’altro). Questo sia nell’ipotesi che il futuro del laboratorio sia dentro Alcatel-Lucent, sia nel caso che qualcuno stia pensando qualcosa di diverso.

Sul futuro del laboratorio (primo, secondo e terzo problema, ed eventuale riassetto azionario di Coreat) ci si attende da tutti i testimoni del fallimento Ritel (sindacati, politici, pubblici amministratori ed anche azienda) trasparenza negli obiettivi ed un impegno (a partire certamente dal problema della sede) per una soluzione di alto livello; perché quello che preoccupa di queste “comunicazioni occulte” (quella del Sole24Ore non è la prima) è che, affiancate a calunniosi articoli di stampa che danno alla città una certa falsa immagine dei lavoratori del laboratorio, esse sembrano parte di una opaca campagna che intenda sacrificare l’anello debole Rieti ad interessi non chiari, locali o meno.

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