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Altra Economia e ricerca della felicità: ripartiamo dal pane

di Lorenzo Bartolucci

Sebbene non sia originario di qui, ma con radici metà romane e metà toscane, abito a Rieti solamente da più di un anno. Tuttavia sono sempre stato vicino alle tematiche e ai principi di fondo che sono alla base costitutiva del movimento Rieti Virtuosa, sia per deformazione professionale (avendo lavorato per 4 anni in un deposito regionale del commercio equo a Ladispoli), sia per gli studi compiuti (laurea in Economia e commercio alla Sapienza di Roma), per quanto il mio campo di studi si sia sempre indirizzato fin dai primi anni di università verso le forme altre e alternative di economia.

Vale a dire: organizzazioni non profit, economie solidali strutturate in strumenti di finanza etica quali mutue di autogestione e banca etica, nuovi modelli di welfare partecipato e non imposti dall’alto , da una visione paternalistica dello stato, ma costruiti dalle forze attive e con spirito imprenditoriale delle imprese e cooperative sociali, costruzione di un economia civile co-progettata, secondo il pensiero di economisti come Stefano Zamagni, Luigi Bruni o Leonardo Becchetti, includendo anche l’elemento del dono e della gratuità, finalizzata ad accrescere il capitale sociale e i beni relazionali prima ancora di quello fisico o infrastrutturale. Ciò che oggi chiamiamo beni comuni o economia della felicità. Non ultimo le imprese affiliate all’economia di comunione secondo i principi costitutivi del movimento dei Focolarini fondato da Chiara Lubich.

L’idea di vedere inseriti nella prassi amministrativa le best practices in giro per l’Italia, dagli acquisti verdi delle Pubbliche Amministrazioni, alle politiche di riduzione dei rifiuti alla fonte, a progetti di cohousing (condomini solidali), alle politiche di gestione ambientale (ad esempio Varazze in Liguria), alle politiche sulla mobilità integrata e sostenibile, ma soprattutto la passione di tante persone stufe di colmare i vuoti lasciati dalla politica con l’azione del volontariato mi ha convinto della genuinità del movimento.

Però il pezzo lo voglio fare parlandovi del pane. Che c’entra ?

C’entra perché è cura, concretezza, attenzione, lentezza, ricerca e scoperta del territorio, amore, perché 3 anni fa tutto è partito, lievitato da lì.

Da un editoriale di AAm Terranuova, per quei pochi che conoscono il mensile, dove si raccontava la storia di un giovane 30enne che raffrontava la sua vita, le sue mani bianche, gentili e non scalfite da screpolature e calli, il suo illimitato tempo libero con quello del bisnonno, del nonno e del padre, mezzadri, ferrovieri e impiegati che di tempo libero, garanzie sociali, diritti acquisiti ne disponevano in quantità nettamente inferiori. Però in quelle vite faticose c’era il senso del fare, la coscienza dell’azione, la tensione a un risultato, la determinazione e la costanza, la responsabilità verso se stessi.

Io ne ho 38 di anni, lavoro come impiegato all’Ufficio scolastico, ex provveditorato agli studi, ma per me quella è stata la molla, il detonatore per tante piccole scelte quotidiane che, se condivise insieme agli altri, possono costituire già da ora un cambiamento. So che sto portando avanti un ragionamento dai più considerato sulla difensiva, però in questo periodo storico caratterizzato per noi 20 e 30enni da continue sollecitazioni, da bisogni e valori veicolati dai moderni mezzi di comunicazione, spesso i nostri sogni non reggono l’esame di una stagione. Sono fragili, si arrestano alle prime difficoltà, ai primi freddi gelidi inverni. Serve, prima ancora di pensare di cambiare il mondo, una regola minima, una disciplina interiore che ti aiuti a sentire te stesso, scegliere, orientarti, anche a dire dei no, a scartare ciò che non è necessario, essenziale. Per me il pane rappresenta questo. Ripartire da un gesto armonioso fra mente e corpo, ritmico.

E così lo scorso 10 dicembre in occasione del TerramadreDay promosso da Slow food, sono andato a Roma per ricevere in dono una palletta di pasta madre pesante poco più di 100 grammi. Da quel giorno mi diverto a sporcarmi le mani e, all’occorrenza, uno “spacciatore di pasta madre”. Sul sito della comunità del cibo, sulla mappa degli “spacciatori” c’è una bandierina in quel di Rieti.

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